08 marzo 2010 - FURTEI -
Una specie di enorme fiore azzurro. Un disegno color acquamarina che compare sulle pietre, seguito da un altro, poi un altro e un altro ancora. Sbucano come se fosse primavera inoltrata, da sera alla mattina, all`esterno dell`argine e si cristallizzano, uno sull`altro. Pessimo segnale. Così come per nulla buono è l`alone di umido che sale dal basso verso l`alto lungo il muro di contenimento del bacino. Nella cunetta un lento rigagnolo di acqua color giallo-arancio. Arsenico, solfuri di ferro, rame, pirite, nell`aria l`odore dell`acqua di Sirmione ma con una aggressività poco termale. Il bacino di Is Concas, nella fu miniera d`oro di Furtei, non perde: trasuda. Patisce un malefico caldo ferragostano a giudicare dalle gocce, migliaia da almeno tre punti diversi. «Oltre mezzo litro al secondo», dice Sandro Broi, giovane direttore del giacimento, uno che ha occhio clinico e non ha l`aria di sparare cifre a casaccio. Siamo quasi all`uscita dalla zona degli scavi, verso valle. A un tiro di schioppo, nascosto fra le canne, c`è il rio Santu Miali. Poi c`è uno dei due bacini dell`Enas incastrati fra le colline, il paese, le condotte che portano l`acqua al Campidano e Cagliari, più oltre ancora il disastro. E non è premonizione di sventura ma dato di cronaca, visto che questo laghetto di 15 metri di profondità è il meno pericoloso dei due a rischio. Se la situazione finora è stata sotto controllo, il merito è di un drappello di valorosi che, gratis et amore dei , ha vigilato. Nonostante tutto.
L`ORA DELL`ABBANDONO Una decina di chilometri di strada sterrata che si arrampica fra boschetti e piccoli monti via via più rapati. A metà percorso delle costruzioni. La miniera dell`oro sardo era nata fra squilli di tromba e marce trionfali. Oggi i 47 dipendenti oscillano pericolosamente fra cassa integrazione e mobilità e stipendi in dissolvenza. Ma una volta, diciamo quando nel `97 il primo lingotto sardo fu sollevato al cielo, da queste parti passavano le tivù da mezzo mondo e i politici di rango. Tutti a prendersi la propria fetta di gloria del Klondike isolano che, a prezzo di un sacrificio ambientale mica da ridere, regalava il più prezioso dei metalli e un centinaio di posti di lavoro iper-specializzati. Qualche numero: circa cinque tonnellate d`oro prodotte durante l`attività (un tenore di 3,5 grammi per tonnellata di materiale), sei d`argento, 15 mila di rame. Centinaia di migliaia di tonnellate di rocce e terra scavate a cielo aperto, macinate come il grano dentro enormi mulini, trattate per far emergere il metallo. C`era un progetto-bis per avviare campionamenti in sotterranea e lavorare a un nuovo filone. Un piano complessivo che riguardava anche altre zone della Sardegna, Osilo in testa: nel comune del Sassarese era stati individuato il giacimento più importante. Ma il Consiglio comunale ha detto in più occasioni no su tutta la linea.
IL CANTIERE FANTASMA La mulattiera diventa via via peggiore fino all`arrivo davanti a un cancello. È lo scenario della Luna vista dalla Terra, gigantesche gru, nastri trasportatori lunghi un chilometro, maxi-camion gialli parcheggiati in bell`ordine, benne a riposo, casette prefabbricate, segnali di pericolo mortale ogni due per tre, prefabbricati e una sorta di stanza-caveau a ingresso tuttora vietato. Una grande miniera, per farla breve. Però morta, vuota, spettrale. Il parco macchine fino a poco tempo fa veniva acceso ogni tanto, poi si è deciso che lo sforzo era inutile. Il giacimento che era nato sardo-australiano con la Sardinia gold mining e poi sardo-canadese, è stato dichiarato clinicamente morto. Ucciso in ultima battuta dalla tormenta che ha funestato i listini di Borsa di mezzo mondo un anno e mezzo fa, anche se sul futuro pioveva già a dirotto la Buffalo Gold ha chiuso i giacimenti in tutto il pianeta, ultimo quello in Sardegna, ed è volata nel paradiso delle società. Memorabile una telefonata oltreoceanica fra segretarie, qui Canada lì Sardegna: «Da domani noi siamo fuori, e voi?». Rompete le righe e sbaraccate. Il resto è storia di libri in tribunale, curatori fallimentari, trattative sindacali serrate, ipotesi che la Regione (presente fin all`inizio nella compagine azionaria) rilevi rami d`azienda, occupazione dell`assessorato regionale all`Industria (in corso), intervento di sindaci e prefetti. Ci sono da salvare i diritti dei lavoratori. Ma va, soprattutto?, evitata la catastrofe.
ALTISSIMO RISCHIO Nessuna attività mineraria rende i suoli migliori, chiedere conferma al Sulcis Iglesiente. Non a caso la legge mineraria sarda pretende il ripristino ambientale alla fine dell`attività estrattiva. In questa stessa zona le vecchie cave di caolino sono ferite nel terreno, gli operai dell`oro oggi a spasso ne hanno sistemate alcune per conto della Regione ricostruendo linee geografiche e vegetazione. Ma qui a Furtei la partita si gioca su piani, se possibile, più delicati. Per far saltare fuori l`oro dalla terra si usa il cianuro e un`altra teorìa di reagenti che sarebbe avventato miscelare in un cocktail. Quando la miniera è stata messa su, il terreno è stato impermeabilizzato ovunque, migliaia di tonnellata di argilla per costruire barriere sotterranee, dighe, canali di scolo a circuito chiuso, altri muri. Tutto per evitare che la miscela esplosiva di arsenico, cianuro e altre delizie prendesse la via della libertà. Un sofisticato sistema d`allarme, fatto anche di lampeggianti e sirene, avverte quando il processo si inceppa. A patto naturalmente che ci sia qualcuno ad accorgersene. Senonché ora gli operai non ci sono, anzi non ci dovrebbero essere. Perché in realtà presidiano il sito in autogestione come neanche gli studenti dell`Onda e quelli della Pantera messi insieme.
VOLONTARIATO IN CASCO GIALLO Natale, Ferragosto, Pasqua, la festa di Santa Barbara patrona di questo mestiere manco a farlo apposta. Ciascuno ricorda la fetta di libertà e vita privata regalata alla causa, decine di volte da gennaio 2009 a oggi. Rimettere in marcia una pompa finita ko, cambiare un tubo che era stato mangiato in un sol boccone dall`acido solforico, comprarsi le scarpe che erano state aggredite dagli agenti chimici, portarsi da casa gli attrezzi perché quelli aziendali non erano più utilizzabili. «Senso del dovere verso noi stessi e verso il territorio», dice Ignazio Corda. Sul terreno del rischio, ma in tutt`altro campo, qualcuno - quando c`era urgenza di portare quattrini in cassa - si imbarcava in nave senza furgone blindato ma con un utilitaria, carico di lingotti d`oro. «Andavo ad Arezzo in incognito, in aereo non si sarebbe potuto fare», ricorda Emanuele Madeddu. Oggi continuano a organizzare turni di un lavoro che non esiste ma non possono spostare le montagne.
IL PROBLEMA NUMERO UNO Nome in codice F25, un piccolo angolo di valle a ridosso del bacino degli inerti. Dalla montagna sgorga un rigagnolo mortale: si chiama perdita controllata, quella che nelle dighe scatterebbe comunque per colpa delle leggi della fisica e si preferisce tentare di governare. Tutto è recintato e chiuso con lucchetti a doppia mandata. La mistura infernale, che azzera qualunque vegetazione e produce misteriosi cristalli, viene convogliata in un pozzo, quel che sfugge in un altro successivo, poi rimandata in cima dentro il lago avvelenato. Una volta c`erano due pompe, casomai una andasse in tilt. Oggi ce n`è una sola e non gode di ottima salute mentre il livello che segnala l`ultima inondazione è quasi al culmine della conca artificiale. La vista che si gode dall`alto mozza il fiato. Quindici ettari colmi d`acqua, sabbia grigia, una specie di arenile che si allunga dentro il bacino. Gli animali capiscono a istinto che da queste parti tira una brutta aria. Quando qualche uccellino si lascia irretire dal contesto bucolico e plana sull`acqua, difficilmente riprende il volo. Qui c`è il padre di tutti i problemi, una discarica mortale che paradossalmente richiede più cure oggi, e domani sarà peggio, di quando gli impianti erano in esercizio.
QUELLI COL CERINO ACCESO Il sindaco Luciano Cao viene tutti i giorni a tastare il polso del grande ammalato. Il primo cittadino in questi giorni ha anche imparato a memoria l`articolo 182 della legge 152 del 2006 - quello che gli consente per ragioni di ordine pubblico di spostare l`acqua inquinata da un luogo all`altro - sperando di non doverlo recitare. Casomai ci fosse un problema all`unica pompa rimasta in servizio, migliaia di metri cubi di liquido avvelenato dovrebbero transitare in un soffio da monte in qualche bacino d`emergenza più a valle. «All`inizio avevano affidato la guardianìa alla Protezione civile. Ma come può intervenire un volontario senza esperienza in un contesto come questo. Gli operai sono gli unici che sanno dove mettere le mani senza scottarsi. Il prefetto e la Regione non ci possono lasciare col fiammifero in mano». Per non farsi mancare nulla, c`è un altro problema da far tremare le vene ai polsi. Bisogna rientrare dentro la miniera e percorrere un sentiero in salita. Dentro l`ennesimo recinto che vorrebbe essere a cinque stelle - si annunciano telecamere che non ci sono, controlli che non esistono, vigilantes assenti - ci sono delle casette viola dove riposano trentamila litri di cianuro in soluzione e una tonnellata in polvere. Il sancta sanctorum dei veleni, l`arma fine-di-mondo , abbandonata alla misericordia di uomini di buona volontà. Un luogo dove una volta accedevano solo in pochissimi e con uno speciale patentino, oggi potenzialmente alla mercé di chiunque. Non ci vuole grande arguzia per anticipare il pericolo, in tempi in cui per prendere un aereo ci si consegna ai body-scanner. Sarcasmo della sorte: gli unici che i controlli li hanno fatti davvero, gli operai a spasso, non potrebbero neanche star qui. Uno spaccato inedito di pubblica sicurezza.